Traumi e Lutti

di cosa mi occupo laura bertola psicologa sondrio

 Un evento universalmente riconosciuto come un trauma è sicuramente difficile da integrare nel Sé e nella propria storia e la sua elaborazione può richiedere al cervello uno sforzo impegnativo e durevole. Possono esserci accadimenti che risultano particolarmente lesivi per qualcuno, solo perché le caratteristiche dell’evento non sono facilmente integrabili con l’apparato psichico, con la soggettività, di quel determinato individuo. Fra questi, ricordiamo i tanti – piccoli grandi – traumi della vita quotidiana: le violenze, le incomprensioni, le relazioni interpersonali traumatiche soprattutto durante l’età evolutiva, gli insuccessi, le umiliazioni, i tradimenti. Tutti questi eventi emotivamente traumatici, e con una natura prettamente interpersonale, possono rappresentare una minaccia grave dell’integrità psicologica della persona e possono quindi rientrare tra i disturbi dell’adattamento (2), per poi evolvere successivamente in altre forme psico-patologiche.

In generale, si può affermare che il rischio traumatico è tanto maggiore quanto più, ovviamente, l’evento è forte, ma anche quanto più esso è protratto e ripetuto, quanto più coglie la persona sola e impreparata, quanto più esso colpisce in età infantile.

Il materiale traumatico viene “congelato” in attesa che si creino le condizioni per la sua elaborazione; le informazioni restano isolate e frammentate in reti neurali che conducono una vita autonoma e non si integrano con le altre conoscenze. Esse vanno, in altre parole, a costruire circuiti di memoria disfunzionali.

Un ricordo immagazzinato in modo funzionale è un ricordo che mantiene la possibilità adattiva di collegamento spesso volontario. In questo caso, l’individuo può scegliere di accedere al ricordo e di utilizzarlo in modo costruttivo. Nel caso, invece, di un ricordo immagazzinato in modo disfunzionale, i diversi aspetti dell’esperienza sono frammentati e possono riattivarsi in modo del tutto involontario (flashback, immagini, pensieri automatici, ecc.) assumendo quindi un carattere disadattivo. L’individuo può non comprendere interamente il motivo di quello che sta provando o i meccanismi del suo disagio, che rimangono scollegati dal resto, ma che sono lì, pronti a riattivarsi quando magari uno stimolo che ha con essi una qualche somiglianza li risveglia.

Se la riattivazione riguarda materiale che era stato archiviato dopo una opportuna elaborazione, cioè un materiale con cui si ha, ormai, un rapporto quieto e riposato, non ci sono disagi emotivi o sintomi clinici. Ma, se nelle reti neuronali sono rimasti “intrappolati” pensieri ed emozioni disturbanti, oppure sensazioni corporee di tensione – la primitiva risposta all’esperienza stressante – la loro riattivazione inaspettata e incontrollata può avere conseguenze negative, produrre, cioè, sintomi psicopatologici e fisici.

Far elaborare al cervello questo eventuale bagaglio vuol dire riportarlo al suo naturale equilibrio, permettendo a esso di concludere un’operazione fisiologica patologicamente interrotta.

Un’operazione, quest’ultima, verso la quale il nostro cervello appare predisposto e che, in molti casi, riesce a fare da solo.

Qualche volta, invece, neanche con il tempo si riescono a sistemare i residui disturbanti delle esperienze negative che hanno sopraffatto l’individuo. Perché sono state troppo dolorose, oppure perché hanno incontrato una condizione soggettiva di particolare vulnerabilità. Sono noti, infatti, i fattori di rischio – legati per lo più allo stress – che impediscono l’elaborazione adattiva di un evento traumatico. Le esperienze negative dei primi anni di vita, in particolare, possono avere un impatto devastante per l’individuo e diventare la base disfunzionale per sviluppi traumatici successivi (4,5).

L’EMDR è un trattamento, ideato dalla psicologa californiana Francine Shapiro (3), molto efficace per alleviare lo stress e i sintomi associati ai ricordi traumatici. EMDR è l’acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing (Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari). Durante le sedute di EMDR, infatti, si attivano entrambi i processi man mano che si procede con i movimenti oculari: la desensibilizzazione nei confronti del ricordo dell’evento traumatico e la sua rielaborazione a livello emotivo, cognitivo e corporeo.

I movimenti oculari, elemento con cui spesso si identifica questo strumento terapeutico, sono soltanto un aspetto di una procedura ben più articolata e complessa, che ha come obiettivo l’elaborazione del ricordo traumatico. Essi – come altre forme di stimolazione bilaterale – vengono quindi utilizzati come “facilitatori dell’elaborazione”.

Ampiamente testato sui veterani del Vietnam, che hanno fornito un campione eterogeneo e numeroso di persone gravemente traumatizzate, l’EMDR si è imposto – per la sua provata efficacia – come strumento elettivo, per il trattamento dello stress post-traumatico, fino a essere incluso nelle linee-guida sanitarie di moltiPaesi.
Il lavoro con l’EMDR è un lavoro sul ricordo che sfrutta il naturale sistema di elaborazione adattiva dell’informazione. In una condizione guidata e protetta, al sicuro quindi dal rischio di ri-traumatizzazione, l’intervento della Psicoterapia EMDR si focalizza sul ricordo disturbante per riattivarne e completarne l’elaborazione interrotta.

Il materiale bloccato, che era rimasto “intrappolato” in forma implicita in reti neurali a sé stanti, con l’aiuto della stimolazione bilaterale e, in qualche caso, con opportuni interventi di sostegno da parte del terapeuta, può essere, finalmente, esplorato e ricollegato al resto delle informazioni a disposizione del cervello. Questo collegamento, che permette alle reti neurali relative all’esperienza traumatica di utilizzare il patrimonio di memoria funzionale da cui erano rimaste isolate, riattiva l’elaborazione, sfruttando il naturale sistema di elaborazione adattiva dell’informazione del nostro cervello. In questo modo, l’insieme delle convinzioni negative, delle emozioni e delle sensazioni corporee, che era rimasto in forma implicita nel cervello, è esplicitato, reso consapevole, fruibile e integrabile con l’intero sistema.